PRO LOCO VIMODRONE


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Derno Cantarelli

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DERNO CANTARELLI

Derno Cantarelli nasce a Milano il 04 Luglio 1935. Appassionato da sempre di poesia comincia a scrivere dopo il suo pensionamento. Ha partecipato a numerosi concorsi classificandosi sempre fra
i primi ottenendo ampi riconoscimenti. Tra i vari primi premi ricordiamo:
il "Gran Premio Terre d'Etruria" rilasciato a Grosseto nel 2003;
il "Gran Premio Città Di Firenze" nel 2003;
"Ambrogino d'oro" riconoscimento avuto dagli Amici del Quadrato di Milano l'8 -12-2003;
Primo Premio Città di Alassio 2003;
Primo Premio Internazionale "Agenda dei Poeti" Milano 2002
Primo Premio Internazionale Biondi Tesio Milano 2003
Primo Premio "Rassegna Vita" del Centro Sever Milano 2004.

In occasione del centenario della nascita del maestro Giovanni Danzi autore della celeberrima "Oh mia bella Madonnina" le Edizioni Musicali Curci nell'anno 2005 hanno indetto un concorso in cui la canzone "Serenada per Milan" (testi dell'autore, musica del Maestro Gianni Bobbio cantata da Luca Virago) si è classificata al primo posto, ed altri testi negli anni successivi sono sempre entrati fra le canzoni finaliste.
Numerosi attestati ,targhe, e coppe sono stati ottenuti ai vari concorsi fra cui:
Cesena, Silvano d'Orba, Ovada, Arona, Premeno, Recco, Cislago, San Fermo della Battaglia, Mezzago ecc.

Con Giampaolo Belli ha condotto su Radio Cernusco Stereo 112 trasmissioni del programma "Il Parlottaio" nel corso delle quali ha dato lettura di sue poesie in milanese intervallate da canzoni d'autori milanesi; ha all'attivo altre partecipazioni su varie radio locali.

Ha editato tre libri: "Cose mie" di poesie in italiano e "Semm faa inscì" e "Semm restaa in poch" in dialetto milanese e ha approntato per la stampa altri due volumi dal titolo: " Semm propi ona minoranza" e "Semm adree a sparì"

Vimodrone "Città dell'Accoglienza"


Se nel nostro animo alberga un minimo senso di riconoscenza non possiamo essere insensibili e non provare un sentimento di affetto e gratitudine per Vimodrone.
Non è il paese dove siamo nati per il quale anche dopo tanti anni di lontananza proviamo ancora nostalgia, non è il paese dal quale facciamo fatica a tagliare quel cordone ombelicale che ci tiene legati, non è il paese amato che tuttavia non è stato capace di farci intravedere un futuro vivibile e dal quale abbiamo dovuto emigrare portando nelle nostre valigie di cartone un carico di speranza e di apprensione per il nostro domani.
Lasciammo le nostre Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna, Polesine per giungere qui, in questo paese della campagna lombarda, paese piccolo, sconosciuto, anonimo, modesto paese agricolo dove le attività principali erano la coltivazione ortofrutticola, l'estrazione della ghiaia, le lavanderie al servizio della città di Milano.
Ora, dopo tanti anni dal nostro arrivo in massa: gli anni del dopoguerra, ci ritroviamo la domenica mattina sulla piazza di Vimodrone con la stessa atavica abitudine che avevamo nei nostri paesi di provenienza, per parlare di problemi di vita, di cronaca, di sport, di politica, di ricordi, confrontandoci con coloro che a Vimodrone sono nati e che ormai sono una minoranza.
Quella minoranza che aveva accolto, a volte con titubanza e timore, questa nuova realtà che nel dopoguerra si manifestava con irrefrenabile impeto; titubanza e timore che lasciarono ben presto il posto ad una sincera accoglienza grazie alla quale, piano piano, i contrasti dovuti ad abitudini e a sistemi di vita diversi, si mitigavano fino a familiarizzare creando sinceri legami di amicizia che sussistono da anni.
L'imprenditorialità dei vimodronesi, favoriti dagli anni del boom economico, anche grazie all'aiuto dei nuovi arrivati, è riuscita a trasformare totalmente il paese agricolo pre-guerra in un centro attivo dove ogni attività lavorativa, nata dall'impegno di tanti artigiani locali, da inserimenti di importanti industrie ed attività commerciali o terziarie, hanno radicalmente trasformato l'aspetto del nostro Comune, consentendo a chi, venuto da altri lidi e quì ha preso dimora, di porre profonde radici.
Vimodrone non è il nostro paese nativo, ma è il paese che attraverso il lavoro ci ha permesso di vivere affrontando il futuro con maggiore serenità e con la speranza, quasi sempre concretizzatasi, di vedere realizzati i nostri sogni o quanto meno le nostre aspettative. È il paese che, attraverso insediamenti edilizi realizzati da cooperative edificatrici, serie, oneste, è riuscita a consentire a tante famiglie anche di reddito modesto di avere una casa, un alloggio dotato di ogni moderna comodità; è il paese dove i figli di immigrati di seconda generazione si sentono, come del resto anche i loro genitori, totalmente integrati in questa realtà che oggi sta assumendo un aspetto cosmopolita sempre più marcato causato da nuovi immigrati, non più provenienti da regioni italiane meno fortunate della nostra, ma da tutto il mondo.
Volendo quindi caratterizzare per conto della nascente locale "Pro Loco" la città di Vimodrone, non possedendo essa città, né grosse tradizioni storiche, quantunque l'etimologia del suo nome "Vicus Mutroni" la faccia risalire ad epoca romana, né monumenti od opere d'arte degne di nota, eccetto la chiesetta del cimitero, dedicata a Santa Maria Nuova che contiene al suo interno pregevoli affreschi della scuola del pittore cinquecentesco Bernardino Luini, mi piacerebbe che la nostra Vimodrone venisse ricordata semplicemente come "città dell'accoglienza"!
Vorrei tanto che questo desiderio potesse realizzarsi e la "Pro Loco" nata da coloro che amano la nostra città, annoverasse fra i suoi componenti anche coloro che qui non sono nati.

Derno Cantarelli



(cliccare sul testo per il file in pdf e poterlo leggere meglio)

Alcune poesie di Derno Cantarelli

PRIMAVERA A VIMODRON
Se slunghen i giornad
gh’è pussee ciar la sera
e anca a Vimodron
l’è primavera!
Perché sòtta l’andron
de la Cort de la Filanda
la rondin l’è tornada;
l’è tutta indaffarada
a giustà sù el sò nid.

FIOCCA
Giornada grisa
ciel color del piomb
aria de nev
ona quai mosca bianca
la vola de chì e de là.
Adess però fiòcca de brut:
da la Guasta al Baiacucch
a la Melghera
ona coverta bianca
la quattaa giò i marscid
tutt intorna l'è silenzi!
El frègg el te entra in di oss…
Al cald de la stalla
se sgrana el melgon.

LA MARTESANA
Hinn semper men quei che anca in Vimodron
pòden cuntagh sù ai nevudin
de avè vist in sù la Martesana navigà on barcon.
De quei che denter andaven a pescà i gamber ghe n'è pù
sarann in Paradis a guardà giò
e me par de sentì i comment che fann.
-" Te se ricòrdet quando in compagnia
foeura de scola andavom a fa el bagn
a se s'giaccavom denter bei e biòtt
per bagnà nò i mudand
e fass minga vosà adree da la regiora!
In sù l'argine nascondevom i vestì,
ma gh'era semper on quai malnatt
che el te faceva on quai scherz:
ti e spostava ò ti e portava via e tì incazzaa
te giravet mezz'ora a fòrza de cercà!"

-" Te se ricordet come l'era netta l'acqua
lentament l'andava vers Milan e numm
quand passava on quai barcon con sù la gera
ghe andavomm adree con la fantasia
e se domandavom dove el saria andaa.
- Vann fin al Tombon de San Marc - m'aveven dì
e mì denter de mì pensavi:- Chissà se de lì
se poeu vedè la Madonina.
La mia mamagranda l'era stata giò a Milan
e dal sagraa del Domm l'aveva vista
e la me diseva che l'era pròpi bella;
de man in man la me contava sù el sò viagg
che mì avevi non anmò provaa a fà.
Al massim i fioeu andaven dal Rodon
fin a la Fuga e pussee avanti
a ghe rivaven nò.

Adess el mè nevod che el gh'ha des ann
l'ha giamò girà mezz mond!
Hinn cambiaa i temp, però
el nòster Navili el resta semper là
a fa i galitt ai bei ricord d'ona gioventù
che in d'on boff l'è andada via; l'è sparida!

LAGHETTO PIRELLI
Nei mesi di calura quando l'afa
come una cappa premeva su Milano
venivano accolti in Vimodrone
tanti bambini.
Non erano orfanelli,
ma figli d'operai della Pirelli!

Li vedevi arrivare alla mattina
scendevano dal tram alla Rampina
e come soldatini in fila
protetti da un cappellino per il sole
si avviavano allegri là
verso la Maggiolina.

C'era in quella zona una struttura
adatta ad ospitare una colonia estiva
che giornalmente permetteva
a chi altre alternative non aveva
di trascorrere ore liete in compagnia
dove era possibile giocare in allegria.

Attorno ad una cava, attrezzata come
fosse un piccolo laghetto
questi bambini si godevano il sole.
Su un arenile che a lor sembrava un lido,
sotto l'attenta sorveglianza di insegnanti
anch'essi diventavan dei bagnanti.

Sotto alle capanne
che avevano per tetto delle canne
al fresco di quell'ombra inusuale
se ne stavano lì a fantasticare
d'essere dei pirati o dei corsari
mentre altri invece tentavan di pescare.

Alla sera riattraversavano il naviglio
passando su quel ponte fatto ad arco
che oggi costituisce ancora un vanto
per chi ne possiede un' antica foto.
Tornando a casa raccontavano
di quell'enorme pesce che avevano pescato.

Ed erano felici!

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